mercoledì, 24 settembre 2008

lucy_marchdida è uscita da scuola alle 14.30 e si è passata e ripassata i concessionari di auto perchè caroline è giunta al momento dell'estrema unzione. non ne può più e finirà con tutta probabilità a passare i suoi giorni (come i vecchietti americani in florida) in qualche posto esotico (erotico?) tipo albania o romania. già da qualche mese guardavo in giro a destra e a manca ma nulla che risultasse ad hoc. oggi si. stessa cosa che mi capita quando vedo un paio di scarpette che non posso evitare di AVERE. protagonisti: dd. me medesima e vctvasmetgc (venditore che ti vende anche sua madre e tu gliela comperi)

- dd. - si mi piace molto l'auto ma avete una gamma di colori tremenda, grigi amorfi, rosso non rosso, blu non lo voglio per questioni religiose e nero non mi piace..
- vctvasmetgc - che colore ti piacerebbe?
- dd. - BIANCA
- vctvasmetgc - ce n'è una bianca in pronta consegna, una, unica e sola.

incredibile, se non si chiama destino questo.. se vedrete una yaris bianca in zona udine: facilmente sarò io. sta benissimo con TUTTE le mie scarpe, con TUTTE le mie borse ed avrà un carattere snob di merda come il mio, avendo tantissime cugine tutte uguali e pochissime sorelle. dovrà esserci un battesimo: lucy van pelt? che dite?

martedì, 02 settembre 2008
author: didaquellavera @ settembre 02, 2008 19:34
category: viaggi, libri, diario, storia, diario di viaggio, le cose della vita, dilloaziadida, le cose buone, favole per grandi, didavventure
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kafta-Praga_003b2003, era luglio, umido e caldo, a praga, con silvia e la mia reflex al collo, un appartamento in periferia, in una palazzina molto soviet preso senza sapere che ci avrebbe spaventate a morte il ritornarci in metro e a piedi di notte e di giorno, senza sapere che avremmo fatto reciprocamente finta di niente cagandoci in mano. vicino ad un cimitero, ce l'aveva trovato un amico di amici, jaromir. ci è venuto a prendere all'aeroporto e ci ha portate li, tutt'altro che in centro. due camere, due bagni, una cucinetta dove non abbiamo mai cucinato e un ingresso grandissimo. al piano terra. una casa come doveva essere quella dell'insostenibile leggerezza, che presa così non poteva avere riferimenti temporali al 2003. finestre grandissime con vetri sottili, niente scuretti, solo tende. due lettini e un comodino senza lampada. la notte la luce dei lampioni entrava e ogni rumore ci faceva saltar per aria. e il campanello suonava a ore strane, senza che nessuna delle due avesse il coraggio anche solo di pensare ad alzarsi. di praga mi ricordo benissimo questo nostro appartamento, che fa un pò la coppia con la tenda in marocco e mi fa ridere. è qualche settimana che ripenso alle mie partenze, ai viaggi, ai posti e alle persone che mi hanno portato via, o che ho portato via, o che ho costretto a partire. anche a me praga non è piaciuta come doveva. perchè, quello, è stato un anno di fughe improvvise a cercare cose in altri posti, lontano. perchè camminando cercavo me, e mi guardavo troppo in giro per vedere praga. non mi è piaciuta perchè era estate, lunga, infinita, caldissima e umida. non mi è piaciuta perchè doveva esserci la neve e far freddo e dovevo avere un colbacco bianco in testa e probabilmente non silvia vicina, che non la prenda a male. ma lei sa quante volte in giro ci siamo guardate negli occhi e ci siamo chieste "ma perchè sei TU qui?". mi è piaciuta molto ma molto di più barcellona nemmeno faccio paragoni da quanto mi è piaciuta di più. non mi è piaciuta perchè vedevo tutto troppo a colori. praga va vista in bianco e nero e va pure letta in bianco e nero. si devono vedere solo le vetrate liberty a colori. non mi è piaciuta perchè i colori erano troppo rumorosi per kafka, per chatwin, per kundera, per il cimitero ebraico, per la tristezza che sentivo e ho ascoltato nel ghetto. per le mie letture di praga, perchè anche le pagine dei miei libri son scritte con caratteri neri su fogli bianchi. anche le fantastiche avventure di kavalier e clay di michael chabon [pulitzer e quindi obbligatorio da leggere] son in bianco e nero. voleva esser solo un commento al post precedente, mi è venuta voglia di raccontare i miei posti. chissà.. vedremo, vi va di andare in viaggio con la zia? va bè.. dai, basta, che poi se non cogliete le citazioni faccio anche la snob intellettuale e m'incazzo.

tks foto http://www.retididedalus.it/Archivi/2007/febbraio/LETTERATURE_MONDO/Kafta-Praga.htm 

giovedì, 10 luglio 2008

copj13non si leggono solo guide turistiche per partire in vacanza. soprattutto se le vacanze non si vanno a fare per essere à la page o poter dire di esser stati in un posto il più alternativo possibile, per dire di non fare vacanze ma di fare solo viaggi. anni fa non volevo vacanze, volevo solo viaggi, più rampante partire in posti tanto lontani, bellissimi, emozionanti, emotivi, erano quasi fughe le mie, partenze improvvise e sentimentalmente impreviste, fughe da qualcosa che era sempre troppo stretto o sempre troppo lo stesso. ora ho bisogno di vacanze, in un momento in cui sono serena, estasiata e stupita da questa felicità a tuttotondo che è la mia colonna vertebrale da un pò, pare che alle mie amiche capiti di tutto: dai piselli fosforescenti ai maschi ballerini con rotazioni centripete. continuo queste lunghe vacanze da maestra sto in pace con persone che mi piacciono, che mi vogliono bene, con cui mi diverto e senza farmi problemi di come occupare le giornate per sfruttare al meglio il poco tempo e vedere tutto quello che c’è scritto su diari di viaggio online o sulla lonely planet. i miei viaggi torneranno. ho preso i libri e le creme solari, tanti libri, tanta crema e un costume nuovo sbarluccicoso e minimo in complicità con una tanghica. vado di nuovo in sardegna a farmi coccolare, a guardare le cose attraverso vermentini e torbati e non riconoscerle più dopo qualche bicchiere di cannonau. vacanza nonostante il titolo del libro. ho letto VIAGGIO DI SARDEGNA undici percorsi nell’isola che non si vede di michela murgia einaudi 2008 € 12.50. molte cose le sapevo già, altre no, ma quello che più mi ha stupita –ma a pensarci meglio alla fine anche no- è la crudeltà con cui a tratti una sarda parla dei sardi. da qualche anno vado sull’isola, per qualche giorno in ogni stagione, un po’ alla volta inizio a conoscere una terra che qualcosa in comune ha con il mio friuli, non solo la bandiera dei 4 mori in piazza san giacomo a udine e quella dell’aquilotta gialla su fondo blu sulla chiesetta di nora. i percorsi che si leggono sono: alterità, pietra, arte, confine, fede, suoni, indipendenza, cibo, acqua, narrazioni, femminilità; tracciano itinerari che in parte ho già percorso, solitamente non battuti dal grande pubblico dello spettacolo vip della costa smeralda. presuppone ovviamente il calarsi non solo in calette sperdute e non facilmente raggiungibili ma l’immergersi in una sardegna che non si vede attraverso il portone che si chiude davanti all’ingresso di un villaggio esclusivo. dalla  bellissima premessa di pagina V: “questa storia è un viaggio in compagnia di dieci parole, dieci percorsi alla ricerca di altrettanti luoghi, più uno. undici mete, perché i numeri tondi si addicono solo alle cose che possono essere capite definitivamente. non è così la sardegna, dove ogni spazio apparentemente conquistato nasconde un oltre che non si fa mai cogliere immediatamente, conservando la misteriosa verginità delle cose solo sfiorate.”

martedì, 17 giugno 2008
author: didaquellavera @ giugno 17, 2008 14:33
category: viaggi, libri, diario, sardegna, diario di viaggio, la donna della domenica legge
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in una giornata di tifoni tropicali nella bassa friulana, tanto inquietanti quanto stupefacenti, non resta altro che pensare all'isola che ci sarà fra qualche settimana, e una domanda mi ronza in testa senza particolari connessioni con quello che scriverò: perchè chi si lamenta di esser oggetto di mobbing -considerato solo tale- , nella gran parte dei casi, è colui il quale non fa un cazzo?
sardinia_bluesquindi parliamo di isole, di isole che ci sono e che qui appaiono nella loro naturale problematicità e nei loro turbamenti. flavio soriga ci scrive SARDINIA BLUES bompiani € 16, e lo si deve anche ringraziare perchè le sue pagine, dove non c'è un punto, si leggono tutte d'un fiato anche senza la voglia o la necessità di scoprire chi è l'assassino, e non solo perchè non c'è un punto a farci respirare. sembra un romanzo iper-realista di quelli che non ti raccontano niente di nuovo sennon una quotidianità che di solito non viene scritta per il troppo pudore. grazie a soriga per dire le cose come sono, quelle che non si fa nessuna fatica ad immaginare se le
 si è viste, per raccontare la talassemia. se la sardegna vi piace per come piace a me, non per il billionaire o per la costa smeralda ma per tutto quello che a quei posti si nasconde: le dune, i fenicotteri, le cartoline di sughero, il caffè al bar italia, i paesi che sembrano deserti, i cartelli stradali unici nel mondo, i ravioli al limone della signora di pula, il genovese che parlano in un'isolettina e i posti che anche carlotto uso come sfondo all'alligatore.
proprio bello!

sabato, 01 marzo 2008

scampi1scrivere in un sabato mattina, [con la lampada accesa perchè fuori la nebbia fa da padrona e attutisce tutti i rumori, di luce non ce n'è abbastanza, ho i piedi scalzi e gelati] ed essere in pace è una situazione rara e momentanea ma superba. da mesi aspettavamo di andarci, per una cosa o per l'altra è stata sempre rimandata questa spedizione gastronomica, ma ieri sera siamo partiti. cena prenotata con anticipo in slovenia GOSTILNA-TRATTORIA "ZA GRADOM" RODICA -SEMEDELA- domenica e lunedì chiuso. solo pesce. prenotate perchè è sempre pieno. a ragione. entrate in una trattoria con i bagni nuovi, impeccabili e pulitissimi ma con l'impronta delle gostilna che si frequentavano da piccoli con la mamma e il papà quando si andava in vacanza, o solo a fare un giro alla domenica in quella che era ancora la jugoslavia e si diceva "andiamo in jugo" e si spendevano pochi dinari e ti facevano casini al confine sempre per cazzate. mi ricordo che quel confine mi faceva paura, più di quello austriaco. ma son passate guerre e anni, son cadute certezze e confini, non ci son più controlli e lo vedo per prima su di me. sia le guerre, gli anni le certezze e i confini che son caduti. quindi vi accompagneranno al tavolo a voi destinato, accenderanno la candela e arriverà velocemente il vino (chardonnay in primis e malvasia poi), l'acqua il pane a forma di riccio (fantastico!!!) in attesa del protagonista assoluto della situazione. il signor darko. blocchetto alla mano, papillon rosso cupo al collo e gillettino in lana blu teso sulla pancia e con gli ultimi bottoni sfuggiti alla tensione, vi imbavaglierà a seconda di quello che sceglierete di mangiare. non dice il menù. lo recita, lo interpreta e non è chiaro se siamo noi a prenderlo in giro con risatine strozzate o è lui che gode della sua magnifica ripetuta esibizione. il menù anche se solo scritto sarebbe eccellente, esposto da lui è indimenticabile, l'astice ha un sospiro, il gransoporro uno svolazzo fatto con la mano, l'orata uno sguardo al soffitto che diventa cielo. è la recita che faceva gasmann della divina commedia trasformata in sollazzo teatral-gastronomico. gli antipasti son scampi crudi con pepe rosa presentati su una lastra tonda di ghiaccio, il polpo che è "il mio polpo della dalmazia"  a sottolineare una suddivisione geo-politica che dichiara età e discendenza, la descrizione della marinatura dei gamberi "per due giorni e due notti da mettere su una pallina di gelato al gusto di limone fatta scivolare in un bicchiere con un buco sul fondo" , il carpaccio di tonno che sembra essere la cosa più normale offerta. i primi piatti dove posto d'onore è la tagliatella con "il mio astice, il mio gransoporro e uno scampo (che di fronte al resto sembra il cibo della serva) piatto che abbiamo sempre ma che ha il suo significato, c'è un pò da lavorarci -con pinze e tenagliette- ma ne vale la pena", tortelloni al tartufo dove l'eccellenza la raggiunge il "sughetto" -lui lo chiama sughetto ma è ambrosia- con vongole per dare acqua e sale, uova di riccio di mare e di branzino che scrocchiano a metterli in bocca. avanti ancora: lasagna solo con crostacei e verdure "senza nessuna farina o besciamella" e fusilli con porcini e gamberi. un filetto di orata al sale passata alla piastra e non in forno e accompagnata da rucola e ortiche fritte e due patatine al forno chiudono in gloria le portate. non riuscirò mai a rendere scrivendo l'interpretazione superba che ha dato il signor darko nel descrivere le sue creature, dove ogni pesce ha davanti un aggettivo possessivo e il modo in cui vengono cucinati viene spiegato senza però svelare alcun segreto. dolci all'altezza della situazione, da provare lo strucolo in strazza  al cioccolato e zenzero grattato fresco -buono- o all'arancia -magnifico-, sorbetti al ginepro e alla mela verde e basilico. locale consigliatissimo [anche per riunione tanghica]. fanno sorridere le foto in ingresso di chi ha cenato li: rita pavone, albano, zucchero e qualcun'altro e poi sentir chiedere "ma lei è un cantante?"

foto da http://cucina.temi.kataweb.it/files/2007/07/scampi1.jpg

giovedì, 03 gennaio 2008

ritrovo-peggy2passare un mercoledì feriale a venezia è una delle cose per cui vale la pena vivere! l'dea era di andare a pranzo da peggy. uno di quei sogni che sembrano irrealizzabili finchè ci si rende conto che non è poi così tanto impossibile da fare. fa freddo ma è una giornata di cielo terso, troppo per la neve che avevano promesso. niente guida niente piantina lasciatevi perdere da venezia, sempre. la cosa bella è che anch'io ieri mi son perduta, dopo tanti anni a passeggiare per venezia per diletto o per studio, non credevo fosse possibile e invece venezia mi ha fatto un regalo: mi ha fatto di nuovo perdere! persa fra far foto e guardar gente arrivo quasi a rialto completamente disorientata, strano perchè il mio senso dell'orientamente è come quello dei fenicotteri quando svernano. chiedo a una commessa (non di quelle che cerca la diresion  della foto) -scusa per la  guggenheim vado di la? e lei la meravigliosa commessa -gugghenaim?  ok va bene, si grazie seguo il mio istinto da fenicottera. dopo solo dieci minuti d'isteria zona rialto mi catapulto nella mia venezia, quella vuota e silenziosa anche se è a due passi o direttamente sul canal grande, quella delle gondole parcheggiate e vuote dalle americane innamorate e che si meravigliano -ed è straordinario- per ogni cosa! si va per campielli dove vivono le persone, si curiosa dentro qualche finestra, qualche giardino, qualche corte sconta detta arcana. e si arriva da peggy, ad ora di pranzo. da peggy si parla only in english perchè i ragazzi che ci lavorano son per la stragrande maggioranza anglofoni, o quell'italiano declinato all'inglese che fa così simpatia. devo dire che mi son aspettata troppo. peggy andava all'harry's bar anche con truman (che era sempre a dieta e quindi mangiava solo pesce!) per pasteggiare e vivere. quindi mi aspettavo un posto dove pranzare che fosse -democraticamente- all'altezza della padrona di casa, dove esser trattati bene, quasi a coccole e circondati da un pò di lusso. ma non lo è. mi aspettavo un pranzo a casa di peggy che fosse all'altezza di chi c'era dentro e che non fosse solo un punto di ristoro per quanto approssimativo, di quello che capita altrove dove bere o anche cibarsi senza divisioni di sale o salette. tavolo pro giardino direttamente su vetrata. menù sporco, servizio tremendo. camerieri che fanno commenti a voce alta sgradevolissimi sugli ospiti e come se non bastasse bestemmiando pure.. un delirio! ci salviamo con un tortino di radicchio di treviso che non era male se solo non fosse stato scaraventato nel piatto e lasciato così com'era, due bicchieri di vino rosso che è viola e anonimo e un'insalata che dev'esser passata prima di finir a tavola, in rianimazione. non ho le posate. arrivano solo dopo un rincorrersi a voce alta di tre camerieri, tre. l'umore cmq non era minimamente intaccabile da niente e nessuno, di nuovo da peggy e di nuovo a godermela in tutta la sua aristocratica follia. c'è da godere nell'origliare e nel guardare le altre persone che hanno avuto la sventura di pranzare in un ambiente leggendario che ha ospitato prima di peggy la marchesa luisa casati, alias korè amante di d'annunzio, ma gestito da incompetenti maleducati. basterebbe poco a creare uno spazio gastronomico ad hoc, e non per tutti. dopo il caffè attraverso il giardino e mi lascio affogare durante la mia immersione nelle stanze del quotidiano di peggy. stranamente e familiarmente circondata da quadri che son talmente famosi da far fatica a convincersi che non son foto o riproduzioni che si stanno ammirando ma che son proprio GLI ORIGINALI. davanti a picasso mi fermo quasi solo per accarezzarlo e saluto educatamente come si confà anche braque, di nuovo e ancora. sopporto pochissimo magritte, m'inquieta dopo troppo poco. pegeen invece mi piace moltissimo. ernst fa scoccare scintille in quella testa che ha già grilli che fanno acrobazie e cavilli da leggere con attenzione perchè son scritti in piccolo-piccolo, cosa ne può venir fuori sarà una sorpresa. brancusi che mi fa scivolare lo sguardo fino a inseguire linee immaginarie che proseguono e sfuggono. peggy mi fa un altro regalo, per quasi 5 minuti rimango sola con 6 pollock a circondarmi di violenza, alcool, sfuriate e sofferenze, schizzi di colore che macchiano anche me. esco senza fiato. sfinita, felice in estasi per questo posto che ogni volta continua a stregarmi. passeggiata lunga fra negozi giacche leggere quasi impalpabili e soffici  da gay-pride o dandy dell'ultim'ora, personaggi importati da venezia perchè solo qui trovano il loro habitat naturale. solo qui, signorine che arrivano in treno con uno stock di valigeria vuitton che nemmeno alla boutique a san marco ne hanno tante in assortimento. fa freddo quando arriva il buio, m'infilo nel baccaro-jazz per un irish cofee con l'idea di gustarmi mezz'ora di estreme piacevolezze e la indovino: ne fanno parte anche una coppia di -miei-coetanei americani che pieni di pacchetti da shopping, ordinano e seccano -il tutto in due minuti- una redbull con dentro uno schottino di jeger.. tks miss peggy 

giovedì, 03 gennaio 2008
author: didaquellavera @ gennaio 03, 2008 12:45
category: viaggi, le mie foto, diario di viaggio
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e nozioni di ingegneria idraulica no?
 [ieri a venezia, zona
http://www.guggenheim-venice.it/ ]

venerdì, 14 dicembre 2007
author: didaquellavera @ dicembre 14, 2007 17:03
category: viaggi, libri, ipse dixit, diario di viaggio, le cose della vita, le cose buone
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laviaperkabulLA VIA PER KABUL  TURCHIA, PERSIA, AFGHANISTAN 1939-1940 di annemarie schwarzenbach ed.Net il saggiatore € 7.50

me l'ha lasciato eva in cucina e l'ho letto di gusto in qualche sera a letto sotto la copertina con le finestre aperte in attesa di crollare addormentata. bello, ma iniziate a leggerlo dalla fine, dal saggio di roger perret " la mia esistenza condannata all'esilio e all'avventura". sono racconti di viaggio, anche un pò ripetitivi se vogliamo, ma veri ed emozionanti. annamarie schwarzenbach era una fotografa, viaggiatrice, lesbica, drogata e svizzera che brucia le tappe e muore d'incidente a 34 anni. ancora un anno e potrò dire di esserle sopravvissuta. racconta del viaggio che fa con ella maillart su una ford dalla svizzera fino in afghanistan nel 1939. viaggio che progettano nei minimi particolari e che è pure sponsorizzato da una marca di pellicole (un pò donna avventura .. ma molto molto più fashion! sapete che ho fatto un provino per partecipare a donnavventura nel 2003? ). si sente l'eco della guerra in europa ma si sente di più il viaggio, non parla del suo personale ma a me ha dato l'idea che il suo mondo non sia poi tanto diverso dal mio. lei si veste da uomo e non sembra aver paura di quello che la circonda, ha più paura di quello che trova dentro se stessa (mi ha ricordato tantissimo la mia adorata sylvia plath). viaggia e scappa da quello che è, dalla sua dipendenza da morfina e si ritrova. il mio viaggio è  SEMPRE terapeutico, sempre fuga da qualcosa e qualche volta mi aiuta dida a far pace con donatella, anche se spesso e volentieri una o l'altra escono piene di lividi e con gli occhi gonfi dal pianto. libro pieno di aggettivi che mi piacciono tanto (come i congiuntivi e i condizionali) "i monti sono lontani azzurri freddi e coronati di neve e splendidi"; le notti d'agosto sono "senza vita"; le nubi "lattigginose"; i tappeti "ammuffiti"; i bufali "lucenti"; le gocce d'acqua sono "perle scintillanti".. e ho letto aprendo a caso le pagine.

benvenuta annemarie nel mio personalissimo gineceo: ci siamo io, sylvia, dora, isadora, la marchesa casati, francoise e ovviamente (regina fra le regine) peggy! 

da prendere.

lunedì, 20 agosto 2007
author: didaquellavera @ agosto 20, 2007 18:32
category: viaggi, diario, diario di viaggio, le cose della vita, ego strabordante, le cose buone, favole per grandi
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Margarita_Glass_(Welled).svg

Quando alle cinque e mezza di un pomeriggio grigio e umido mi vedo arrivare il primo margarita della serata, con tutto il suo ornamento di sale cristallizzato sul limone, con gli occhi che lasciano andare le pupille lungo il fiume ma col guinzaglio a 50 cm, la prima cosa che mi capita di fare è alzare il bicchiere in onore del tipo che passa con la barchetta e pacificamente si rolla una canna. Con tutta l’allegria di esser stato beccato e difficilmente punito per qualcosa che non s’ha da fare, il biondo guardandomi neglio occhi, alzando leggermente il prodotto ancora non finito fra le due mani, fa spallucce come a dire che di diverso non poteva far nient’altro in quel momento. Proprio come me, altro non potevo fare che bermi con tutto lo charme che la situazione richiedeva, un margarita perfetto e nemmeno tanto all’acqua di rose, come sulle prime poteva sembrare. Se poi ho dovuto far spazio (sul tavolino di teak sbiadito) ad un negroni -da campionato mondiale dei negroni- è stato solo per avere un’abbinata cromatica al sole che andava via, anche se era poco. Guardando oltre e ascoltando con attenti occhi quello che sentivo, mi son solleticata papille gustative mai andate in vacanza, con ciliegine candite e annegate solo dopo sofferenze atroci, prima nell’amaretto e poi nel negroni da premio, di cui sopra. ghiaccio fresco pulito e a forma di dado perfetto, con spigoli acuti e smussati solo da un passaggio nella mia bocca. 
Farsi portare e sfiorare una città, non violarla, non occuparla, non violentarsi per sventrare un posto, perché un po’ già vista conosciuta piaciuta da subito, usata, se si può dir di usare una città, solo per furiose scorribande tanguere. Qui nessun tango, almeno non ballato. Una musica che era più forte averla dentro piuttosto che sentirla arrivare da situazioni non mie, staccarsi dalla città con l’ipod steso (pure lui) su una panchina, panchina che mi ha tranciato la schiena a metà, in bilico pericoloso su sampietrini in vena di equilibrismi.

cin cin! 

lunedì, 16 luglio 2007

le scarpe di pilar_1_1

Ballata. Bene, benissimo, male, tremendamente, con cognizione di causa, per noia, per far allenamento, per obbligo, per farmi contenta, perché così mi hanno tolto un muso che sembrava eterno, col cuore, per mandare via la crisi nera, con le gambe, senza nessun tempo sentito, volendo ballare con un'idea, perché si doveva, per sentire il mio tempo, perché è bello abbracciarmi, perché la tigre chiedeva pugliese e pugliese si balla, non si sente. Pugliese che non si è fatto pregare e non mi fatta dormire bene, mi ha scossa agitata, tormentata, lasciata senza fiato. Mi hanno ballata. non tutti, non tanti. il rumore del tacco in accelerazione sul pavimento, il graffio che mi son fatta col tacco in un voleo così così, vicino al tatuaggio sulla caviglia destra, era una sezione di cerchio che mi ha bruciato un pò, fiatoni e sospiri, piedi sporchi e indolenziti, fondersi con qualcuno alzare gli occhi e non sapere se dire grazie o no, perchè magari non sta bene o sembra piaggeria. e poi ieri sera, alla fine sono rientrata. Cena fuori in giardino al caldo, un vento caldo che sa quasi di deserto, il grechetto ghiacciato passato in barrique preso a todi su due pizze mangiate con le mani. Di proposito non ho messo note a ricoprire parole, dopo una settimana di tango, anche al silenzio sentivo dentro la musica, e i vals si sono lasciati sostituire dal tango e da milongas estreme battute coi tacchi che hanno scaricato cambi peso e i piedi sotto al tavolo andavano. Così come andavano in autogrill, ipnotizzata di fronte al banco frigo da quelle cose che si trovano solo li, col peso scaricato per terra e la gamba destra col bacino fermo a far cerchi irrisolti tra turisti giapponesi.

TANGO LAB primo master italiano di tango 9-15 luglio 2007 monte castello di vibio (todi)

Circa 30 coppie a pendere dalle labbra di maestri solo italiani: alberto colombo & alessandra rizzotti, germano scaperotta & anna contessa, (contessa in rivolta perfetta miscela di gusto eleganza e femminilità espressa naturalmente a livelli esponenziali!) da milano; alex cantarelli & mimma mercurio da roma; fabio michelini & maki mori (avatar che mi fa sorridere se la penso come una lucy liu tanguera versione kill bill!) da trento-milano; gli irrefrenabili irresistibili impareggiabili inimitabili e in odor di santità (tanto che quando ballano loro l'aria si riempie di inspiegabili fragranze di fiori spontanei!) michele usoni & mara maranzana da udine; sergio chiaverini & Francesca brandi da Genova. ogni coppia di maestri con la propria corte di fan assatanati! Giornate piene, di tango a tutte le ore. Mattina: lenta e tarda colazione e un’ora e mezza di tecnica. Pranzo e libertà per qualche ora con possibilità di far practica libera in qualsiasi momento. Dalle 5 practica guidata e dalle 6 alle 7 mezza/otto altra lezione. Cena e milonga fino ad esaurimento scorte. il tutto per quasi una settimana. il sabato lezione staffetta da 30 min a coppia (di maestri) con noi sempre divisi su tre livelli. le percezioni che seguono sono mie e personalissime, qui mi sembra il caso di sottolinearlo visto che  loro sono i maestri e io ballo solo da un anno e mezzo. nella loro singolarità si sono fusi magnificamente a livello didattico e di personalità tanguera, hanno dato tutto quello che la situazione richiedeva e se c'è stato qualcosa che li ha irritati, preoccupati o semplicemente stonati, non l'ho minimamente percepito. i primi due giorni non sono stati facili, ho pensato addirittura di mollare e tornarmene a casa trascinata da un umore devastante. il ballerino che mi è stato assegnato non era troppo affine a me, per diversa concezione del corpo, del tango, della musica e perchè per quanto io sia dilettante lui lo è ancora di più e ho la convinzione che avere un ballerino appena un pò più bravo faccia fare senza dubbio più progressi. senza far finta di far finta di niente non c'è stata nessuna comunione d'intenti, cosa ampiamente ricambiata visto che quando mi metto a fare la stronza non mi risparmio e probabilmente esagero. ma per come intendo il farmi ballare (anche a lezione) uno che mi ripete nell'orecchio un due tre quattro cinque sei e un due tre quattro cinque sei, o anche l'isolare in maniera definitiva una sequenza senza che sia integrata con nulla, mi spiace ma difficilmente condivido. nel tango non ci metto numeri o sequenze di fibonacci. certo si potrebbe dire "bè ma tu mica sei la principessa di tutti i tanghi?" si vero verissimo, ma ribatto: in una situazione come quella che si è creata in questa settimana avere una persona più affine a me, mi avrebbe dato sicuramente modo di apprendere e assorbire di più.
 le lezioni di tecnica sono state assolute e utilissime proprio perchè gestite a livello di singola persona: gestione corporea, intimità con le proprie emozioni e padronanza fisica dei movimenti. lezioni serali di tango a rotazione per ciascun livello, le varie coppie di maestri si sono alternate. la percezione del tango sulle 24 ore per una settimana è stata molto piacevole e non mi ha annoiata minimamente, non arrivo mai a tanto in condizioni normali, trovarsi a monopolizzare un'intera stuttura e anche un pò il borgo (all'alimentari minuscolo ogni giorno: "come va col tango?") che ci ha ospitati con tacchi da 9 e musica sempre e ovunque ha unito delle persone che altrimenti non si sarebbero nemmeno sfiorate. peccato che i regionalismi non siano stati scalfiti più di tanto, ci son stati quelli di udine quelli di roma quelli di milano e quelli di genova con i nostri ego in continua irrefrenabile ascesa! tango fa una bella rima con ego! mi ha fatto ridere questa battuta, visto che anche l'ironia era, ovvio, tanguera: che differenza c'è fra dio e un tanguero? dio sa di non essere un tanguero! e giù grasse risate. come spesso accade sono i dettagli a fare la differenza (come qualcuno mi fa notare spesso), quelli piccoli, quelli che credo di vedere solo io, ma non è così purtroppo, non sono poi così tanto speciale (questa è una battuta! lo so benissimo che sono SPECIALE!). sono stata bene, un pò ho tormentato ma ci sta, non sarei stata io altrimenti. mi son piaciuti i maestri tutti, ho curiosato fra i vestiti da tango che si esibivano ogni giorno nelle sale, fra i tacchi delle scarpe, un paio di comme il faut col tacco scollato son rimaste sotto una sedia per 4 giorni. mi son piaciute le strane coppie del tango, i giovani passi (solo a livello anagrafico) che mi hanno accolta piacevolmente fra loro, come una zia zitella o una sorella maggiore (come dicono carinamente loro!) la sera per una mezz'ora di chiacchiericcio fitto fitto di commenti e musica, al mattino in un risveglio pieno si silenzi stiracchiamenti e sms da evadere. mi son piaciute le scarpe prese per i tacchi e le ballerine scalze su e giù per le scale. mi son piaciuti i miei piedi che hanno fatto il loro mestiere senza lamentarsi, neanche su ferite da tango che hanno insanguinato come al solito la scarpa e la zoccola. piedi che ho fatto diventare neri camminando in discesa per le strade di todi coi sandali in mano sentendomi tremendamente una turista americana che va a spasso per borghi medievali coi tacchi alti a prendersi delle sbronze felici di grechetto con quasi 40 gradi nell'aria. piedi sporchi e freddi per aver ballato di sera su un prato in un evento di decompressione da tango, coi sandali rossi abbandonati da qualche parte, una playlist pefetta (di alex): dal tango delle capinere assassinato con michele in gran spolvero, agli afterhours con un corpo che ha obbedito sincronicamente solo alla musica e paolo conte ballato con gli occhi ad un cielo umbro buio e stellato. sfide accettate magari solo per gioco, per strafottenza, per dire che se si gioca si punta alto, altrimenti non si gioca affatto. sorrido: il tanguero è tecnologico.. ipod, chiavette, pc e mac, cavetti, memory card con buona pace di gardel.

per ora chiudo, integrerò sicuramente.

la foto: pilar e le sue scarpe alla fine della lezione.